Laboratorio di narrazione fotografica – Come together | UP TO YOU 2026

Riparte Up To You Festival dal 17 al 24 Maggio a Bergamo, ma siamo al lavoro già da molto. Qui il racconto del Laboratorio di narrazione fotografica, parte del progetto Come Together, un progetto per ragionare su interculturalità, multiculturalità, razzismo, antirazzismo, decolonizzazione del linguaggio e dell’arte. 

foto Cristiana Burini

Ink Club è un luogo che non si trova per caso: rannicchiato in fondo a una vietta laterale, può passare inosservato a occhi non intenti a cercarlo. Per chi arriva da fuori città o in città ci è arrivato da poco, la prima sfida scomoda di un laboratorio che con la scomodità ha molto a che fare, è scovare il posto giusto.

Ad accoglierci troviamo Samuele Pellecchia, che ci guiderà in questa prima tappa del percorso di Come Together, proposto come ogni anno da Up To You. Fotografo, milanese, membro della agenzia internazionale di fotogiornalismo Prospekt, uno dei tre fotografi che portano al festival Up To You la mostra Prospekt Palestine Project.

Samuele sceglie di presentarsi con una fotografia mossa, di un bianco e nero pastoso, uno dei primi scatti del suo lavoro: dei giovani reggono uno striscione, manifestano in memoria della strage di piazza Fontana. Insieme a Samuele ci siamo noi e con noi le nostre fotografie, massimo tre a testa, per raccontare chi siamo. In parte partecipanti della direzione artistica under30 del festival di quest’anno, altri volti sono nuovi e altri ancora si sono già incontrati proprio grazie a Come Together e alla Re.M Redazione Multi.lingue degli scorsi anni. La Redazione Multi.lingue è parte del progetto Come Together, è un gruppo formato da persone con diverse origini, culture e lingue madri, è un laboratorio di visione e racconto del festival Up To You, aperto a nuovi partecipanti ogni anno.

Lingue diverse si intrecciano – italiano, inglese, ucraino, spagnolo, somalo, arabo, francese – e diverse storie, fin da subito è chiaro che per capirsi è fondamentale usare più lingue e trasformare le parole rendendole immagini: fotografie, appunto.  

Rekik per farlo sceglie due soli al tramonto, uno somalo e uno italiano

Finite le presentazioni è già il momento di scattare, uscendo per le vie della città. Samuele ci lancia subito una richiesta scomoda, con un’indicazione semplice: fermare una persona e chiedere di poterle scattare una foto. Nasce quindi una mezz’ora di ricerche concitate e un po’ smarrite, rifiuti che si accumulano e consensi inaspettati, scatti rubati da lontano e incontri ravvicinati. Quando ci ritroviamo di nuovo, poco più tardi, emerge il cuore della difficoltà del gesto fotografico: trovare il punto di equilibrio fra il desiderio di afferrare ciò che attira il nostro sguardo e la delicatezza necessaria nell’irrompere nella vita di altre persone, ritagliandone un istante che potenzialmente potrebbe essere riprodotto e mostrato all’infinito. Dopo una meritata pausa pranzo – e una improvvisata lezione di biliardo capitanata da Sergiy – la giornata continua entrando nel vivo del rapporto fra fotografia e narrazione: la sfida ora è raccontare una storia in tre scatti. C’è chi, come Cristiana, sceglie un passaggio pedonale.

“Tramite le tre fotografie ho provato a raccontare un senso di attesa e il caos della città. Ah! finalmente è verde, tocca a me.” – Cristiana Burini

Il primo sabato finisce allungandosi in chiacchiere e scambi di numeri. Ci lasciamo con l’impegno di usare i sette giorni seguenti per sviluppare in autonomia il tema del laboratorio: raccontare la nostra scomodità – emotiva, sociale, intima – di tutti i giorni. Dove la troviamo nelle nostre città, come la possiamo osservare, attraversare e trasformare in immagine?

“La scomodità, per me, è l’assenza di equilibrio tra i confini: quando sono troppo larghi e tutto sfugge al controllo, o quando sono così stretti da non lasciare spazio per respirare.”

“Nelle linee della strada ritrovo quella sensazione di confine instabile: corsie che separano ma anche costringono, direzioni obbligate, segnali da rispettare. Tutto può cambiare in un attimo: guidare è mantenere il controllo in mezzo all’imprevedibile”. – Rosalia Carrara

Il racconto delle nostre piccole storie scomode rende, di fotografia in fotografia, più evidente quanti siano i livelli di narrazione e interpretazione che possono scaturire da un’azione ormai apparentemente banale come quella di scattare con il nostro telefono. Quanto scoprire insieme cosa sta dietro una fotografia fa cambiare il nostro sguardo?

“Я відчуваю дискомфорт у моменти, коли не розумію, куди рухатися далі, і не бачу ясного шляху для свого майбутнього. Фотографії з розлитим молоком для мене — це метафора цього стану. Молоко — як щось цінне і просте водночас — виливається, і це вже неможливо повернути назад. Це момент втрати контролю, момент безпорадності.Через ці зображення я намагався передати свій внутрішній конфлікт: частина мене хоче порядку, ясності, стабільності, а інша — губиться, протестує і руйнує цей порядок. І саме в цій напрузі між дорослим і дитиною народжується моє відчуття дискомфорту.”- Сергій
“Provo disagio nei momenti in cui non capisco in che direzione andare e non vedo una strada chiara per il mio futuro. Le fotografie del latte versato, per me, sono una metafora di questo stato. Il latte — qualcosa di semplice ma anche prezioso — si rovescia, e non è più possibile tornare indietro. È un momento di perdita di controllo, un momento di impotenza. Una parte di me desidera ordine, chiarezza e stabilità, mentre un’altra si perde, protesta e distrugge questo ordine. Ed è proprio in questa tensione tra l’adulto e il bambino che nasce il mio senso di disagio” – Sergiy Gorichok

Nel tardo pomeriggio del secondo sabato di lavoro ci salutiamo sapendo che di questo laboratorio porteremo con noi qualcosa di più di una manciata di foto nella galleria del telefono e qualche piccola nozione di tecnica fotografica. La consapevolezza che scattare una foto è un’arte scomoda, per esempio, perché quel piccolo ritaglio di mondo è lo specchio di un gomitolo di scelte da fare in un istante; che scattare una foto è sempre un incontro, che la fotografia è un linguaggio capace di attraversare esperienze, punti di vista e nuove possibilità di racconto, lasciandoci felicemente senza parole. Rimane senza dubbio anche il desiderio di incontrarsi di nuovo: lo faremo lavorando nella Re.M Redazione Multi.lingue del Festival Up To You e raccontando spettacoli, incontri, mostra fotografica… preparatevi a mettervi scomode!

Anna Marinoni e Carolina Grossi

Dopo aver partecipato al Laboratorio di narrazione fotografica marzo 2026

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