Prospekt Palestine Project. Un passaggio obbligato

Sguardi e voci dalla mostra fotografica di Prospekt Palestine Project all’interno del festival Up To You 2026

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!)

È la mattina di domenica 17 maggio, giorno di inaugurazione della settima edizione del festival Up To You. Nel foyer dell’Auditorium di piazza della Libertà arrivano, insieme a noi, delle fotografie: grandi, stampate su pannelli sottili, vengono appese una dopo l’altra a esili fili d’acciaio che le sollevano a mezz’aria, all’altezza degli occhi, proprio dove si vuole che stiano.

Durante i giorni del Festival, saranno le protagoniste della mostra fotografica Prospekt Palestine Project, un progetto nato nel 2025 da un’iniziativa di Francesco Giusti, Pietro Masturzo e Samuele Pellecchia dell’agenzia internazionale di visual storytelling Prospekt. La mostra, che a Bergamo trova la seconda tappa del suo viaggio iniziato in primavera a Milano, nasce con l’obiettivo di contrastare la distorsione del dibattito pubblico sulla questione palestinese e di monitorare le violazioni dei diritti umani, preservandone la memoria. In particolare, in un momento in cui per la stampa internazionale è impossibile documentare il genocidio in atto a Gaza, la denucia e testimonianza esistono grazie a fotografi e fotografe palestinesi. Prospekt Palestine Project è reso possibile dalla collaborazione con Activestills, un collettivo fotografico attivo dal 2005, fondato da fotografi attivisti palestinesi, israeliani e internazionali: gli scatti esposti sono frutto del loro coraggioso lavoro.

La mostra produce un duplice effetto.

In primo luogo, l’esposizione si impone come passaggio obbligato tra l’entrata e l’uscita della sala: impossibile evitarla. Varcando la soglia dell’Auditorium ci ritroviamo immersi in una distruzione che, pur essendo sempre davanti a noi, talvolta ignoriamo e che, forse, è necessario ci colga di sorpresa, per farsi notare. Qui si rivela, di nuovo, mediante le fotografie. E non dà modo di distogliere lo sguardo.


In secondo luogo, il percorso regala una libertà di movimento tanto spesso preclusa. Si può decidere come attraversarlo, quanto restare a guardare una fotografia e quanto velocemente sfuggire via di fronte ad un’emozione soverchiante. E’ possibile preferire un’immagine su cui soffermarsi o passare davanti a un’altra velocemente, tanto da non averne un ricordo. Si può scegliere – il ritmo, il passo, il verso – così da guardare davvero.


E proprio lì, intorno a noi, la mostra ha convissuto insieme alla Redazione, che ogni giorno nel Foyer si è riunita. A colpirci, la velocità con cui è cambiato, in pochissimo tempo, il nostro sguardo. L’impatto emotivo che le immagini hanno suscitato in noi il primo giorno è stato violento, prepotente, così incisivo da farci riflettere su cosa fosse opportuno fare o non fare in loro presenza. Questo sentimento di sopraffazione è poi sfumato, trasformandosi in una convivenza quasi abituale, semifredda, con le rovine, gli sguardi, le bombe. Dopo diversi giorni, durante un momento di riflessione, stretti fra il suono delle campane e la musica del palcoscenico oltre le tende, il nostro sguardo è cambiato ancora. Ci siamo presi il tempo per descrivere le immagini, individualmente prima e in condivisione dopo, e quelle fotografie, che avevamo smesso di vedere, ci sono ricomparse di fronte con nuove vesti.

Questo nostro racconto per immagini e voci vuole restituire questo sguardo ritrovato, vuole essere un’occasione per una delicata riflessione su come difenderci dall’annullamento di senso, dei sensi, di empatia e coscienza sotto l’effetto di un’informazione quasi sempre violenta. La mostra, di natura vincolante ma non costrittiva, costituisce uno spazio libero e concede il respiro necessario per entrare in contatto con una realtà indesiderabile, indelicata, che ci riguarda da vicino.

Anna Marinoni, Carlotta Marie Mollica, Carolina Grossi

Una pecora ferita dai coloni israeliani, villaggio di As-Samu. Cisgiordania, 2025

Questa fotografia mi ha fatto pensare che, anche nel contesto più estremo, non possiamo smettere di fare ciò che ci rende umani. Non possiamo mai smettere di fare ciò che dobbiamo fare. Mi è tornata in mente quella storia, raccontata quasi come una favola scientifica, secondo cui la prima traccia di civiltà ritrovata non sarebbe legata né all’arte né all’agricoltura, ma al primo osso umano guarito. Un essere umano che guarda un altro essere umano e gli dice: “non resterai indietro”.
Questa pecora rappresenta il sostentamento di questa famiglia, e la sua importanza immediata è quella di essere cibo, ma non riesco a non vedere in questa immagine la lotta di un popolo che insiste nel trovare modi per restare.
C’è una poesia dei tempi della dittatura in Portogallo, poi trasformata in canto di resistenza, che dice:
Anche nella notte più triste
In tempo di servitù
C’è sempre qualcuno che resiste
C’è sempre qualcuno che dice no.

Poema:

Pregunto ao vento que passa
notícias do meu país
e o vento cala a desgraça
o vento nada me diz.
o vento nada me diz.

Mas há sempre uma candeia
dentro da própria desgraça
há sempre alguém que semeia
canções no vento que passa.

Mesmo na noite mais triste
em tempo de servidão
há sempre alguém que resiste
há sempre alguém que diz não.

Joao Ferreira

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!) – opera fotografica Mosab Shawer

Un bambino di nove anni, costretto su una sedia a rotelle in seguito a un attacco missilistico israeliano, Al-Sawarha, Gaza. Doaa Albaz

Vanessa Pasquet

Famiglie palestinesi tornano a ciò che resta delle loro case nel quartiere di Sheikh Radwan. Gaza City, 2025

Riccardo Contardi

Cristiana Burini

Luca Lòtano

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!) – opera fotografica Yousef Zaanoun

Colonne di fumo si alzano dopo che la polizia israeliana ha distrutto un intero quartiere ad A-Sir. Naqab

Carlotta Marie Mollica

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!) – opera fotografica Avishay Mohar

L’esercito israeliano lancia razzi illuminanti su Gaza City, metre i residenti si rifiutano di spostarsi verso sud, nonostante gli intensi e continui bombardamenti

Carolina Grossi

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!)

Un ulivo abbattuto dai coloni israeliani, zona di Marj Si’a, a nord di Ramallah. Cisgiordania, 2025

Anna Marinoni

Matteo Piantoni

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!) – opera fotografica Avishay Mohar

All’ospedale di Al-Nasser di Khan Yunis, le famiglie piangono i bambini uccisi da Israele in un raid aereo contro una tenda che ospitava sfollati nella zona di Al-Mawasi, nella Striscia di Gaza. Khan Yunis, 4 febbraio 2026

Silvia Baldini

foto dalla mostra nel foyer dell’Auditorium di Piazza della Libertà (CULT!) – opera fotografica Doaa Albaz

La Re.M di Up To You 2026

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