Granma. Di che cosa parliamo quando parliamo di Cuba

Articolo pubblicato sul sito www.teatroecritica.net

In prima nazionale al Teatro Arena del Sole di Bologna Granma. Metales de Cuba di Rimini Protokoll. Dopo aver riportato una visione e le parole del regista Stefan Kaegi, abbiamo realizzato un contenuto esclusivo, che unisce lo sguardo di uno spettatore italiano e quello di uno cubano, coetaneo degli interpreti/testimoni che agiscono sul palco.

foto di Dorothea Tuch

Al Teatro Arena del Sole di Bologna a vedere Granma metales de Cuba del collettivo Rimini Protokoll non sono solo. Siamo io e Julio, nato a Cuba nel 1990, anno del collasso del socialismo e dell’esplosione della crisi economica.

Con Julio ci siamo conosciuti nella scuola di italiano per migranti di Asinitas Onlus. È la seconda volta, da quando è nato il progetto Spettatori Migranti, che partiamo da Roma per andare a vedere uno spettacolo. Era successo con Alagie, studente gambiano, nel viaggio che lo riportò in Sicilia per visitare il progetto Amunì, curato dalla compagnia Babel di Giuseppe Provinzano. La Sicilia è l’isola nella quale Alagie era sbarcato un anno prima, dopo aver attraversato la Libia.
Oggi, con Julio, arriviamo in Emilia Romagna, eppure anche stavolta sembra di sbarcare altrove. Non solo perché – seduto sulle poltrone dell’Arena del Sole, guardando la bandiera di Cuba, lo scudo che ne è lo stemma, il podio dei politici – Julio mi dice che è come essere tornato a casa sua, nel suo quartiere, con i suoi nonni. Ma soprattutto perché con la nostra presenza proviamo a fare, attraverso la visione, qualcosa che lo spettacolo fa con la narrazione: proviamo a confrontarci con Cuba, con il “mito” politico della Rivoluzione, guardandoli da un punto di vista “privato”, declinando così la storia – e il teatro – attraverso le vicende umane, dando voce agli esperti di quel quotidiano.

foto di Ute Langkafel – MAIFOTO

In scena quattro giovani cubani, testimoni e performer, ripercorrono 120 anni di Cuba condividendo il racconto della vita dei propri nonni, dalla Fondazione della Repubblica del 1902 alla riforma della Costituzione del 2019. Tre anni di lavoro, cominciati nello spazio di sperimentazione artistica interdisciplinare LEES a L’Avana, passati per un colossale lavoro di ricerca e interviste, di lezioni di musica per i quattro protagonisti che in scena, quando non parlano, suonano il trombone, commentando in musica una realtà che chiede di essere nuovamente identificata.
In un teatro sempre più documentario che abbandona la mimesi, che dialoga con il pubblico attraverso il racconto autobiografico, le proiezioni video, gruppi di performer che non sono attori di formazione, l’operazione più interessante sembra allora quella di non guardare più solo allo spettacolo; piuttosto guardare attorno, sotto, perfino dietro, fin dove da spettatori siamo in grado di arrivare. Così, smetto di parlare dello spettacolo e ascolto il racconto di Julio, in una sovrapposizione di piani che guardano a un solo punto di fuga: Cuba.

A Cuba nella stessa casa abitano tre generazioni. I nonni erano quelli che educavano i nipoti, e condividevano con noi il loro pensiero sulla rivoluzione, la vita, il paese, la cultura. Noi abbiamo preso quasi tutto da loro. Io sono cresciuto a casa di mia nonna, perché i miei genitori si sono separati quando noi eravamo piccoli. Nel nostro paese è un abitudine che i genitori si sposino e, una volta che hanno i figli, si separino.

Ecco, i genitori. C’è una domanda che lo spettacolo lascia allo spettatore: la storia passa dalla parola dei nonni a quella dei nipoti; ma dove sono i genitori? Che ruolo hanno in questo riposizionarsi della generazione attuale? Oltre le leggi dell’ereditarietà, perché secondo te, Julio, sono stati scelti solo i nonni e i nipoti per raccontare questa storia?

foto di Ute Langkafel – MAIFOTO

L’età che hanno i nostri nonni è proprio quella del momento nel quale è iniziata la rivoluzione. Essi ci raccontavano un sacco di storie, e ci raccontavano anche di come era il paese prima che accadesse quella rivoluzione. Ci raccontavano sempre che prima di Fidel dovevano lavorare molto e guadagnavano poco; e non potevano andare a scuola, perché la scuola era privata. Sì, i nonni ti insegnavano la parte migliore della rivoluzione. Noi come nipoti imparavamo quella parte. I genitori, beh, in tutto questo avevano un ruolo minore; il genitore andava a lavorare, pensava a come far funzionare la casa; ti faceva crescere con il pensiero che dovevi studiare e lavorare per fare qualcosa in futuro. Così noi crescevamo ricevendo come insegnamento il fatto che il nostro paese era bello. Poi con il tempo siamo andati a scuola, siamo cresciuti, abbiamo iniziato ad avere un po’ di cultura e riuscivamo a vederne le contraddizioni. Potevamo comparare il nostro ad altri paesi. E allora si vedeva sì la parte bella della rivoluzione, ma noi, da giovani ribelli che eravamo, volevamo di più. Ci son domande alle quali la nostra storia e la nostra ideologia non avevano risposta: perché siamo così chiusi? Perché un’isola è così fuori dal mondo?

I performer in scena torneranno a Cuba, in un’isola nella quale il contraddittorio politico, d’opinione, non è ammesso all’ordine del giorno. Mi chiedo se sia pesato questo elemento sullo spettacolo, se abbia portato gli autori a non indugiare sul presente di Cuba: la lunga narrazione storica, profonda, critica, esaustiva, degli anni passati, stride con il cambio di ritmo impresso al racconto degli anni in cui quei quattro giovani sono cresciuti. Sotto i portici di Bologna Julio riceve una chiamata dalla madre; il racconto che mi riporta è quello di una fila di persone davanti alle macellerie per aspettare un pezzo di carne. Ripenso al libretto del razionamento mostrato durante lo spettacolo, che ancora si usa a Cuba per fare la spesa. Di che cosa parliamo, allora, quando parliamo di Cuba oggi? Oltre all’idea fumosa che conserviamo di un’ideologia che non abbiamo pagato, di rivoluzionari, sigari e turismo, che altro c’è?

foto di Ute Langkafel – MAIFOTO

È impossibile non amare la terra dove nasci, dove cresci, dove vive la tua famiglia, dove stanno la tua mente e la tua anima, la terra che ti definisce come persona. A essere onesto, la personalità, oltre ai miei genitori, me l’hanno data la terra e il lavoro di crescere nel terzo mondo. Noi cubani abbiamo un amore incredibile per il nostro paese, però ci dispiace che i giovani vogliano lasciarlo perché hanno dei sogni.
Lo spettacolo, dinamico, divertente, coinvolgente, mi ha ricordato questo, che è molto difficile sognare, esprimere i desideri e le idee che uno ha. E nella musica in scena, per me, c’è anche l’idea che in un paese così chiuso l’arte sia una forma di protesta, nella sua forma più intelligente. Credo che i performer provino a far vedere al pubblico perché noi, nuove generazioni cubane, non abbiamo voglia di continuare “la rivoluzione”. O magari non “quella” rivoluzione. Granma sembra chiedere allo spettatore:  come è possibile che esistano tante contraddizioni? Perché il comunismo continua a essere un’utopia? La vita dei quattro nonni (un politico, un militare, un musicista, una sarta) convergevano tutte in un solo pensiero: difendere la rivoluzione. Quella rivoluzione costata loro così tanto.

Nell’ultima scena dello spettacolo i quattro performer, prima di scendere dal palcoscenico, immaginano che cosa faranno quando avranno raggiunto l’età dei loro nonni. Uno di loro dice che spera di poter fare cinema di avanguardia, per poter dire anche ciò che non ha potuto dire oggi. Diana, la musicista, invece, non risponde, guarda il pubblico e lascia il palco vuoto prima del buio.

Siamo sopra la schiena di una tartaruga di più di sessant’anni che sembra resistere al passare del tempo, nonostante lo sforzo che fa per contenere milioni di sogni. Magari ce la fa perché ogni anno è più leggera, ha meno da fare, perché alcuni di questi sogni sono impossibili da trattenere. Io sono uno di quei sogni.

Luca Lòtano e Julio Ricardo Fernandez

Arena del Sole, Bologna – aprile 2019

GRANMA. METALES DE CUBA
un progetto di Rimini Protokoll
concept e regia Stefan Kaegi
drammaturgia Yohayna Hernández, Ricardo Sarmiento (assistente)
con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena
stage design Aljoscha Begrich, Julia Casabona (assistente)
video Mikko Gaestel in collaborazione con Marta María Borrás
composizioni musicali Ari Benjamin-Meyers
sound design Tito Toblerone, Aaron Ghantus
costumi Julia Casabona
direzione tecnica e light design Sven Nichterlein
direzione di produzione Maitén Arns
assistente di produzione Federico Schwindt (Berlino), Dianelis Diéguez (Cuba), Miriam E. González Abad (Cuba)
assistente alla regia Noemi Berkowitz
intership Joanna Falkenberg (stage), Ignacia González (direzione), Lenna Stam (costumi)
sottotitoli Federico Schwindt
traduzione Franziska Muche, Anna Galt (Panthea)
lezioni di trombone Yoandry Argudin Ferrer, Diana Sainz Mena, Rob Gutowski
ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación
interviste a Cuba Taimi Diéguez Mallo, Karina Pino Gallardo, Maité Hernández-Lorenzo, José Ramón Hernández Suárez, Ricardo Sarmiento Ramírez (produzione)
produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel
con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe
in collaborazione con Goethe Institut Havanna

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